Faggetta di Condrò: la foresta di rubini
Pubblicata il: 04/01/2024
Oggi, sabato, da cammino-dipendente quale sono, mi sento depresso. La mattina ricomincia alla solita ora, nel solito modo: il fuoco nuovamente acceso ad occhieggiare con le sue fiamme verso il mio malumore. E tuttavia, man mano che fa giorno, mi rendo conto che non pioverà. Ripenso a Thoreau. Realizzo che se in questi tre giorni non esco a muovermi rischio che mi portino in pronto soccorso per una crisi di astinenza. Mi do una scrollata. Chiamo Saverio. Partiamo, tardi, per qualcosa di breve e di vicino. “I dintorni offrono ottime passeggiate – scrive Thoreau – e sebbene per molti anni io abbia camminato quasi ogni giorno […] non ne ho ancora esaurito tutte le possibilità.” Così, in appena un quarto d’ora d’auto, siamo ad 800 metri di quota fra i cerri e i faggi di M. Condrò.
Questo luogo poco frequentato è una meraviglia della natura, a portata di mano. Salvatasi nei secoli perché da essa i maestri falegnami di Serrastretta traevano il legno per le loro rinomate sedie, la Faggeta di Condrò è un santuario, dove riscattare le proprie giornate, santificandole, secondo l’insegnamento di Thoreau. Vengo qui decine di volte l’anno. Se potessi, lo farei tutti i giorni. E nonostante vi abbia girovagato in lungo e in largo, scopro ancora dei tratti di foresta che non conosco. Vi trovo di tutto: alberi monumentali, animali selvatici, ruscelli, piantine rare e delicate, silenzio, spazio, tempo, bellezza. Oggi è come se il bosco avesse fatto maquillage per noi. Compiamo l’anello che fa toccare i punti più suggestivi della foresta. Prima il castagneto vecchio. Poi gli abeti di Douglas. Finché non entriamo nella faggeta vera e propria. A dominare sono i rubini scintillanti della lettiera di foglie, acuiti dall’umidità e dalla luce obliqua.
Guadiamo un ruscello che canta la sua melodia fra i sassi. Passiamo dalla pozza delle salamandre pezzate. Giungiamo alla Radura dei Cerri. Questi magnifici giganti arborei hanno ancora le foglie sui rami: sono d’un arancione scuro. Ci hanno atteso, prima di cadere al suolo. Riprende la faggeta. Un nuovo ruscello mormorante. Entriamo nel sancta sanctorum, il cuore di Lorien, il bosco degli Elfi di Tolkien. Conduco Saverio verso un cumulo di rocce con un riparo che forse è anche una tana di selvatici. Muschi e felci addobbano le pietre come abiti sontuosi. Sino alla via di cresta, dove giriamo nuovamente verso sud. Siamo ora nella fiaba di Hänsel e Gretel dei fratelli Grimm. Ma qui non c’è nessuna matrigna, nessuna strega. E i sassolini, le briciole per ritrovare la strada verso casa sono nelle nostre menti. “Camminavamo in una luce pura e fulgida – scrive Thoreau -, che ammantava d’oro l’erba e le foglie ormai secche, in una luce dolce e serena, e io pensai che mai mi ero trovato immerso in un tale flusso dorato, senza un’increspatura o un mormorio che lo turbassero. I pendii dei boschi e delle colline, a ponente, risplendevano come i confini dei Campi Elisi, e il sole, posandosi sulle nostre spalle, sembrava un pastore gentile che guidasse la sera, il nostro ritorno a casa”.
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Avvocato civilista e amministrativista di professione, trekker, scrittore, giornalista e fotografo naturalista per passione
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