Gole del petrone: in festa fra i pastori e le capre, senza aperitivi e lounge bar

Pubblicata il: 04/01/2024

Dall’alto, le case paiono sospese nel vuoto, i tetti che digradano verso la lingua detritica della fiumara. Sullo sfondo, la pendice dirupata di Pietra Gnizzito, che s’innalza sul lato opposto della valle. Odore acre di fuochi nei camini. Esili volute di fumo che planano verso il cielo grigio. Longobucco è una visione andina. Un villaggio incaico artigliato a una rupe, lambita, alla base, da torrenti mugghianti.   Antivigilia di Capodanno. Nella piazzetta del paese si compatta, furtivo, il nostro piccolo gruppo di evasi dal vitalismo emulativo delle feste coatte. Fuggiamo verso il basso, in auto, per riparare nella valle dell’Ortiano. Dove inizia la seconda fase dell’evasione: il nascondimento. Avanziamo, piccoli, nel largo greto trafitto da raggi di sole sfuggiti alla trapunta di nubi. Primo guado. Ci attendono, sul lato opposto, i complici: un gregge di capre ben custodito da una muta di maremmani. E Claudio, il pastore, che lamenta danni da parte dei lupi. Aggiunge qualche informazione sul percorso che ci porterà in salvo. È lì come ogni giorno, di ogni mese, di ogni anno.     Per lui non ci sono feste, luminarie, giri nei centri commerciali, sperperi di tredicesime, cocktail nei lounge bar. A lui non interessa sapere dai TG chi saranno gli ospiti di Sanremo o quelli del concertone di Crotone. Risaliamo un po’ il corso dell’Ortiano e, alla confluenza col primo affluente, penetriamo nelle gole del Petrone: un luogo appartato, un microcosmo, una terra ancestrale, un “centro del mondo” come direbbe Eliade. Sasà ricorda come le gole, che pure si aprono, in certi punti, ed hanno boschi e pascoli sui lati, pullulano di casolari ormai vuoti, di stazzi, di villaggi diruti, di sentieri avvolti nei rovi e perfino di una scuola rurale abbandonata. Ora la valle è il Mondo del pastore, dove egli e le sue capre, le sue vacche trovano tutto ciò che serve loro per vivere sobriamente. Quel Mondo è una fiaba che si contrappone alla realtà.     Scrive Tolkien in un suo saggio sulle fiabe: “In quella che chi ne abusa chiama «vita reale» l’evasione è chiaramente molto positiva e può perfino essere eroica. […] Perché un uomo dovrebbe essere disprezzato se, trovandosi in carcere, cerca di uscirne e di tornare a casa?”     La Sila Greca è molto simile all’Aspromonte d’oriente: stessi greti larghi, stesse gole incassate, stessi canyon, stesse cascate, stessi sfasciumi, stessi massi di granito levigati dall’acqua, stessi paesi come nidi d’aquila, stessi pastori, stesse greggi, stesse mandrie, stesse querce, stessi pini radi in alto, stesse acque inquiete. Entriamo nelle gole dominate dall’ombra e dal freddo. Avverto gli altri di fare attenzione durante i guadi. Primi tratti incassati, prime cascatelle, prime “vurghe”. Pietre d’ogni colore ci accompagnano: grigio scure, sfaldate e frantumate in tante schegge che paiono lame; grigio chiare, venate di ruggine ferrosa; bianche, picchiettate di mica nera; rosa; beige; marroni. Un caleidoscopio geologico. Ci avviciniamo all’acqua turbinosa, risaliamo le viscide, instabili sponde, vaghiamo sull’alveo pietroso, ci facciamo strada tra rovi ed arbusti. Giungiamo nel piccolo cuore pulsante della valle. Uno slargo con una baracca sgangherata al centro: il rifugio preparato dal pastore per i fuggiaschi. Intorno, ossa sanguinolente di una vacca uccisa dai lupi: anche i lupi, a loro modo, vorrebbero aiutarci. Sterco di capre, asini e vacche: renderà arduo l’inseguimento dei gendarmi. Un vecchio sedile d’auto. Una camicia appesa a un ramo. I montanti in pietra di un vecchio ponte crollato, con la stradina che attraversava quel presepe morente. Le rovine di una casa di pietre col forno e, poco più in alto, una stalla. Sasà ci mostra la vecchia scuola abbandonata sulla pendice reinvasa dalle querce. Un leccio artiglia un grumo di rocce stratificate. Qui non si fa festa, non ci si sballa nei bar e nelle discoteche, non si vomita in strada per ricominciare ad ingurgitare alcol e cibo, non si inneggia al cantante sguaiato che il potere elargisce ai sudditi perché ubbidiscano, non ci si augura ciò che si sa non avverrà, in attesa di prendersela, quando si sarà concluso anche lui, col nuovo anno.     Ancora un tratto in risalita nell’alveo. Sui lati frane rovinose. Poi, dopo un instabile passaggio, eccoci ai piedi della cascata senza nome. L’acqua ha sfondato la sponda della prima curva, più alta, di un meandro del fiume. Ha così raddrizzato il suo percorso precipitando, oggi, direttamente al di sotto della curva più bassa. Dell’antico meandro resta solo il greto asciutto e pietroso. Sostiamo a lungo ad ammirare quel portento geologico. Poi rientriamo, prudentemente, chiacchierando a lungo, raccontandoci aneddoti e storie, contemplando, ridendo, gioendo, facendo festa, consacrando a modo nostro questo tempo di passaggio, di evasione, di fuga. Breve sosta per rifocillarci e per brindare alla libertà riconquistata, all’amicizia, alla complicità, ai sorrisi. Proprio nel cuore della valle accanto alle rovine della casa col forno. Ci pare di ascoltare le voci dei bambini, i richiami degli adulti, i fischi dei pastori e le parole strascicate, arrotate, urlate verso gli animali. Ci pare di vedere le donne raccogliere erbe, fare legna, andare alle sorgenti con la botte oblunga sul capo. Ci pare di vedere gli uomini seguire le capre sui monti ed i maiali grugnire liberi tutt’intorno. Avvertiamo la presenza di qualche selvatico nascosto nel bosco che ci osserva dubbioso. Per noi è tutto: festa, evasione, fuga, certezza rinnovata che solo libertà, sobrietà, gentilezza, rispetto, potranno demolire carceri, manicomi, castelli, e fors’anche salvare il mondo.

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Scritto da: Francesco Bevilacqua

Avvocato civilista e amministrativista di professione, trekker, scrittore, giornalista e fotografo naturalista per passione

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